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Giuseppe Ungaretti

data: 03/26/15 autore:
Giuseppe Ungaretti è considerato il fondatore della corrente ermetica.
Non va però ricordato solo come il poeta della guerra, anche se le sue testimonianze sono preziose per delineare la prima guerra di massa e le atrocità della vita di trincea.
 
 
Si sta
come d’autunno
 sugli alberi
 le foglie.
 
 
Soldati infatti è la poesia più famosa che simboleggia la precarietà della vita dei militari al fronte.
Nonostante le difficoltà, il dolore e l’orrore il poeta cerca un rifugio.
La sua è anche una ricerca di purezza, un bisogno che diverrà sempre più impellente nel corso degli anni e delle pubblicazioni, per ritrovare quel “porto sepolto” tanto necessario.
 
 
Nascendo
Tornato da epoche troppo
Vissute
 
Godere un solo
Minuto di vita
Iniziale
Cerco un paese
Innocente
 
 
Nel bisogno assoluto di poesia si rivela in tutta la sua umanità:
 
 
E nel silenzio restituendo va,
A gesti tuoi terreni
Talmente amati che immortali parvero,
Luce.
 
 
Un cantore anche dell’intimità, dell’amore, degli affetti famigliari e dei loro drammi come la morte del figlio. Una perdita che cerca a volte di sublimare con la scrittura, come nella lirica Pianto antico:
 
 
Sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra;
né il sol più ti rallegra
 né ti risveglia amor.

 
 


«Il vero amore è come una finestra illuminata in una notte buia. Il vero amore è una quiete accesa.»

tag: amore
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«Un'intera nottata | buttato vicino | a un compagno | massacrato | con la sua bocca | digrignata | volta al plenilunio | con la congestione | delle sue mani | penetrata | nel silenzio | ho scritto | lettere piene d'amore | | Non sono mai stato | tanto | attaccato alla vita»

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«Di che reggimento siete | fratelli? | | Parola tremante | nella notte | | Foglia appena nata | | Nell'aria spasimante | involontaria rivolta | del'uomo presente alla sua | fragilità | | Fratelli»

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«Si sta | come d'autunno | sugli alberi | le foglie.»

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«Di queste case | non è rimasto | che qualche | brandello di muro | | Di tanti | che mi corrispondevano | non è rimasto | neppure tanto | | Ma nel cuore | nessuna croce manca | | É il mio cuore | il paese più straziato.»

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«L'uomo, monotono universo, | Crede allargarsi i beni | E dalle sue mani febbrili | Non escono senza fine che limiti. | | Attaccato sul vuoto | Al suo filo di ragno, | Non teme e non seduce | Se non il proprio grido. | | Ripara il logorio alzando tombe, | E per pensarti, Eterno, | Non ha che le bestemmie.»

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«Come questa pietra | del S. Michele | così fredda | così dura | così prosciugata | così refrattaria | così totalmente | disanimata | Come questa pietra | è il mio pianto | che non si vede | La morte | si sconta | vivendo.»

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«Stella, mia unica stella, | nella povertà della notte sola, | per me, solo, rifulgi, | nella mia solitudine rifulgi; | ma, per me, stella | che mai non finirai d'illuminare, | un tempo ti è concesso troppo breve, | mi elargisci una luce | che la disperazione in me | non fa che acuire.»

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«Inizio di sera | la vita si vuota | in diafana ascesa | di nuvole colme | trapunte di sole.»

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«La terra | s'è velata | di tenera | leggerezza | Come una sposa | novella | offre | allibita | alla sua creatura | il pudore | sorridente | di madre.»

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«Conosco una città | che ogni giorno s'empie di sole | e tutto è rapito in quel momento | | Me ne sono andato una sera | | Nel cuore durava il limio | delle cicale | | Dal bastimento | verniciato di bianco | ho visto | la mia città sparire | lasciando | un poco | un abbraccio di lumi nell'aria torbida | sospesi.»

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«Cessate d'uccidere i morti, | Non gridate più, non gridate | Se li volete ancora udire, | Se sperate di non perire. | | Hanno l'impercettibile sussurro, | Non fanno più rumore | Del crescere dell'erba, | Lieta dove non passa l'uomo.»

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«E per la luce giusta, | Cadendo solo un'ombra viola | Sopra il giogo meno alto, | La lontananza aperta alla misura, | Ogni mio palpito, come usa il cuore, | Ma ora l'ascolto, | T'affretta, tempo, a pormi sulle labbra | Le tue labbra ultime.»

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«Come allodola ondosa | Nel vento lieto sui giovani prati, | Le braccia ti sanno leggera, vieni. | Ci scorderemo di quaggiù, | E del mare e del cielo, | E del mio sangue rapido alla guerra, | Di passi d'ombre memori | Entro rossori di mattine nuove. | Dove non muove foglia più la luce, | Sogni e crucci passati ad altre rive, | Dov'è posata sera, | Vieni ti porterò | Alle colline d'oro. | L'ora costante, liberi d'età, | Nel suo perduto nimbo | Sarà nostro lenzuolo.»

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«Morire come le allodole assetate | sul miraggio | O come la quaglia | passato il mare | nei primi cespugli | perché di volare | non ha più voglia | Ma non vivere di lamento | come un cardellino accecato.»

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«Non ho voglia | di tuffarmi | in un gomitolo | di strade | | Ho tanta | stanchezza | sulle spalle | | Lasciatemi così | come una | cosa | posata | in un | angolo | e dimenticata | Qui | non si sente | altro | che il caldo buono | Sto | con le quattro | capriole | di fumo | del focolare.»

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«E subito riprende | il viaggio | come | dopo il naufragio | un superstite | lupo di mare.»

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«Santa Maria La Longa, 26 gennaio 1916 | | Vorrei imitare | questo paese | adagiato | nel suo camice | di neve.»

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«Devetachi, il 24 agosto 1916 | | Col mare | mi sono fatto | una bara | di freschezza.»

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«Anche questa notte passerà | | Questa solitudine in giro | titubante ombra dei fili tranviari | sull'umido asfalto | | Guardo le teste dei brumisti | nel mezzo sonno | tentennare.»

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